LallaGatta


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il mio racconto breve … molto breve, pubblicato su Parola di Donna

Incontro metropolitano

Si fronteggiavano giornalmente dai binari della stazione Garbatella. Dal lato Laurentina, lei lo studiava, fingendo di leggere i poster pubblicitari; dalla direzione opposta, ogni tanto lui le lanciava occhiate interessate. S’incontravano alla stessa ora e, curiosamente, se uno tardava, l’altro sembrava attenderlo, quasi a sottolineare l’importanza dell’appuntamento.

Lei, una bella mora scura di capelli, occhi e carnagione, era costretta a prendere la metropolitana per mancanza di mezzi propri. Molto appariscente, curava il look in ogni dettaglio per catturare l’attenzione di possibili prede maschili, anche se i tacchi a spillo risultavano poco pratici sulle scale mobili e soprattutto non garantivano alcuna conquista. Era infatti una single, come amano definirsi le zitelle moderne … sì ma “in carriera”, si consolava. “Beata te” la invidiavano le poche amiche sposate “Puoi uscire con uno diverso ogni sera”. La sua brillante vita sociale si limitava a qualche cinema o al massimo una pizza con le amiche. Naturalmente, raccontate ad arte, assumevano comunque un sapore peccaminoso. “Certo! La vita noiosa in coppia non fa per me” mentiva spudoratamente “E poi devo pensare alla carriera”. Considerando il suo impiego ministeriale, rimaneva vaga sul tipo di carriera, ma comunque ci dedicava molto tempo ed energie. Frequentava altre donne in carriera, ugualmente zitelle, colleghe d’ufficio e di pettegolezzi, con le quali inventare un ambiente lavorativo più stimolante di quello noiosamente reale. “Presto arriverà l’uomo della mia vita e mi salverà dalla monotonia” confidava alle carrieriste nei rari slanci di sincerità. Tutte ci credevano: per ognuna c’era un uomo pronto ad attenderle dietro l’angolo o, perché no, forse sul binario della metro.

Lui, scapolo per scelta, era un grafico pubblicitario. Dotato di molta fantasia, purtroppo le sue idee peccavano di praticità al pari delle sue visioni di pagine patinate dai brillanti colori e profumi. “Ma chi comprerebbe un giornale che puzza di gorgonzola?” cercava di farlo ragionare il capo. Malgrado l’ostruzionismo, elaborava progetti policromatici e dai fraseggi pungenti, studiati per colpire l’attenzione di svogliati lettori, puntualmente sostituiti dalle solite banalità più adatte al grande pubblico. Amava la vita all’aperto: sportivo per vocazione, sceglieva di vivere la città in modo salutista, preferendo passeggiate a piedi e mezzi pubblici all’ingombrante autovettura. Mediamente soddisfatto del lavoro e della vita in generale, si concedeva qualche birra con gli amici, il pranzo domenicale da mamma e uscite inconcludenti con colleghe d’ufficio o di palestra. Visti gli scarsi risultati dei corteggiamenti, si convinse a tentare la sorte con l’habitué del binario opposto.

L’occasione capitò un giorno in cui, entrambi ritardatari, si trovarono ai tornelli d’ingresso, tessere alla mano e aria trafelata. Scambiati i nomi - Marco e Marina - ed i numeri di cellulare, già dalla prima uscita trasparì l’assoluta mancanza d’affinità: lui propose un giro a piedi; lei, sempre coi tacchi, accettò di buon grado, stramazzando inevitabilmente al ristorante e pretendendo un tassì al ritorno. Tuttavia, la solitudine prevalse sulle ragioni del cuore e la traballante storia continuò tra incomprensioni e compromessi reciproci. L’attrazione fisica funzionò inizialmente per Marco che, pur sentendosi a disagio, fu sedotto dall’artificiosa immagine di lei. A Marina invece il metro e novanta rachitico di lui, corredato da spessi occhiali, forse non ispirava neanche quella.

Certo, non era il Principe Azzurro né l’uomo della sua vita, ma l’aiutava a superare il vuoto dei fine settimana, quando purtroppo la carriera cedeva il passo alla televisione. In realtà le differenze fisiche riflettevano quelle interiori: a Marco interessava l’essenza delle cose, mentre Marina si fermava al loro aspetto esteriore, incurante d’alcun approfondimento. Ironicamente, gli stessi mezzi pubblici che avevano favorito l’incontro, li divisero per sempre. Terrorizzata da ennesime passeggiate, lei pretese un uso maggiore dello status symbol più in voga, trasformando ogni serata nell’incubo della ricerca interminabile di parcheggio. “Ma Roma si vive così bene a piedi” obiettava Marco. Per chi non usa tacchi, voleva replicare lei, ma evitò per non creare discussioni e anche perché la Panda a disposizione non era esattamente l’emblema sociale più rappresentativo. “Ma ne vale la pena?” si chiedeva lui, mentre passava e ripassava nella stessa strada alla ricerca di un buco dentro al quale seppellire l’automobile.

Giunto all’ovvia conclusione, iniziò a diradare gli incontri, inventandosi i classici pretesti maschili: “Farò tardi al lavoro” le telefonava stravaccato sul divano intento a godersi la partita. L’eclissi fu totale il giorno in cui Marina non lo vide più neanche sul binario opposto. “L’ho lasciato: questi uomini sono tutti uguali” si lamentò con le altre zitelle “Pensano solo al lavoro e alla carriera. Chi lo vuole un uomo così?” chiese, guardandosi intorno alla ricerca della vittima successiva.

Ahimè … nessun volontario all’orizzonte.


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